Avverbi e aggettivi: quando tagliarli
"Taglia gli avverbi" è uno dei consigli di scrittura più ripetuti, e come tutti i consigli ridotti a slogan è mezzo vero e mezzo fuorviante. Avverbi e aggettivi non sono nemici: alcuni sono zavorra, altri sono esattamente la parola che serve. Saperli distinguere è più utile che eliminarli in blocco.
L'avverbio che puntella un verbo debole
"Corse velocemente", "sussurrò piano", "afferrò con forza": in ognuno l'avverbio sta cercando di salvare un verbo generico. "Corse" è già veloce; se serve più velocità, il verbo giusto è "scattò" o "si precipitò". "Sussurrò" è già piano. "Afferrò" è già con forza.
La regola pratica: quando trovi un avverbio attaccato a un verbo, chiediti se esiste un verbo unico che dice le due cose insieme. Spesso c'è, ed è più forte.
L'aggettivo che ripete il sostantivo
"Un urlo rumoroso", "una sorpresa inaspettata", "un dono gratuito": l'aggettivo non aggiunge niente perché il sostantivo lo contiene già. Sono ridondanze che il lettore registra come rumore.
Diverso è l'aggettivo che restringe o specifica: "un urlo strozzato", "una sorpresa amara". Lì l'aggettivo cambia l'immagine, non la ripete.
"Molto", "davvero", "abbastanza"
Gli intensificatori generici — "molto", "davvero", "estremamente", "abbastanza", "piuttosto" — quasi sempre indeboliscono invece di rinforzare. "Era molto stanco" è più debole di "era stanco", perché "molto" è vago e sposta l'attenzione sul grado invece che sullo stato. Se "stanco" non basta, la soluzione è un'altra parola — "sfinito", "a pezzi" — non un avverbio davanti.
In revisione, cercare "molto" e "davvero" con la ricerca del testo e valutarli uno per uno è una delle operazioni che rende di più.
Quando l'avverbio o l'aggettivo si guadagna il posto
Un avverbio vale il suo spazio quando è sorprendente o cambia il senso del verbo: "rise, brevemente" dice qualcosa che "rise" da solo non dice. "Chiuse la porta, con delicatezza" in un momento di rabbia crea un contrasto voluto.
Un aggettivo vale il suo spazio quando è specifico e concreto: non "una casa vecchia" ma "una casa con le imposte scrostate". La regola non è "meno aggettivi", è "aggettivi che lavorano".
Non è una caccia alle streghe
Alcuni scrittori, dopo aver sentito il consiglio, tolgono ogni avverbio e ogni aggettivo e ottengono una prosa scheletrica, tutta verbi e sostantivi, che suona altrettanto artificiale di quella sovraccarica. L'obiettivo non è lo zero: è che ogni parola in più stia lì per un motivo.
Il test finale è la lettura ad alta voce: se una frase suona nuda e sgraziata, forse hai tagliato una parola che serviva.
Fare la passata in revisione
Questa pulizia si fa male mentre si scrive — rallenta e blocca — e bene in una passata dedicata, dopo che il capitolo è finito. Si legge cercando avverbi e aggettivi, non la storia. In NovLore la cronologia delle versioni congela il capitolo prima dell'intervento, così puoi alleggerire una scena a fondo e poi confrontarla con la versione precedente, per verificare di non averla resa arida.
Domande frequenti
Devo eliminare tutti gli avverbi in "-mente"?
No. Molti sono zavorra, ma alcuni sono la parola più economica per un'informazione reale ("parlò lentamente" quando la lentezza è voluta e non c'è un verbo che la contenga). La regola è valutarli, non bandirli.
Gli aggettivi nei dialoghi seguono le stesse regole?
In parte. Nei dialoghi i personaggi possono parlare in modo ridondante o enfatico, perché è caratterizzazione. La stretta sugli aggettivi riguarda soprattutto la voce del narratore, dove ogni parola in più pesa di più.
Quanti aggettivi per sostantivo sono troppi?
Due aggettivi accumulati davanti a un sostantivo ("una vecchia grande casa") di solito sono uno di troppo, e spesso il ritmo migliora spezzandoli o scegliendone uno. Tre sono quasi sempre troppi. Ma non è una legge: conta l'effetto, non il conteggio.