Punto di vista: chi deve raccontare il tuo romanzo

· Roberto Sirolo · 4 min di lettura

Molti scrittori scelgono il punto di vista per come suona in bocca — la prima persona sembra più intima, la terza più "da romanzo" — e lo cambiano a metà stesura quando qualcosa non funziona, senza capire davvero perché. Il punto di vista non è un'opzione stilistica: è una decisione strutturale, perché stabilisce esattamente cosa il lettore può sapere in ogni momento del libro. Sceglierlo bene, prima, evita metà delle riscritture che nascono da "questa scena non funziona" senza sapere perché.

Cosa decide davvero il punto di vista

La domanda giusta non è "come voglio scrivere" ma "cosa deve sapere il lettore, e quando". Se la trama si regge su un segreto che il protagonista non conosce, ma che il lettore deve sospettare prima di lui per creare tensione, un punto di vista chiuso sul solo protagonista rende quella tensione impossibile da costruire — il lettore sa esattamente quanto sa lui. Se invece la trama si regge sull'ambiguità di cosa il protagonista sa davvero, un punto di vista chiuso è l'unico che funziona: aprirlo ad altri personaggi rivelerebbe la risposta troppo presto.

Per questo la scelta va fatta guardando la trama, non lo stile: prima si decide cosa deve restare nascosto e a chi, poi si sceglie il punto di vista che rende possibile — o impossibile — nasconderlo.

Prima persona: vicinanza, con un prezzo

La prima persona ("ho aperto la porta e l'ho vista") è il punto di vista più intimo che esiste: il lettore pensa insieme al personaggio, letteralmente con le sue parole. È la scelta naturale quando la voce del protagonista è essa stessa una parte importante del libro — il modo in cui pensa, i pregiudizi con cui filtra quello che vede, l'ironia o l'ingenuità con cui racconta.

Il prezzo è che il narratore può raccontare solo quello che vede, sente o immagina: ogni informazione che serve alla trama deve arrivargli in modo credibile, non può semplicemente essere raccontata al lettore perché "serve saperlo". Un narratore in prima persona che scopre un dettaglio cruciale grazie a una coincidenza troppo comoda lascia una sensazione di scorciatoia che il lettore nota, anche senza saperla nominare.

Terza persona limitata: la scelta più diffusa, e perché

La terza persona limitata ("aprì la porta e la vide") segue un solo personaggio per volta — a livello di scena o di intero capitolo — ma senza usare le sue parole esatte. È il punto di vista più usato nella narrativa contemporanea perché prende il meglio di due mondi: la vicinanza psicologica della prima persona (il lettore sa solo quello che sa il personaggio, prova quello che prova lui) con la libertà di linguaggio della terza — si può descrivere quello che il personaggio non saprebbe mettere in parole, perché non è più lui a raccontare in prima persona.

Il rischio tipico è la fuga di punto di vista, o head-hopping: scivolare per una frase nella testa di un altro personaggio ("Marco sorrise, anche se dentro di sé Elena non ci credeva") dentro una scena che fino a quel momento era ferma sul punto di vista di uno solo. Il lettore lo percepisce come una piccola scossa, anche se non sa spiegare cosa non ha funzionato: ha perso per un attimo la certezza di chi sta guardando la scena.

Più punti di vista: quando serve, e cosa costa

Passare da un personaggio all'altro — di capitolo in capitolo, o con sezioni segnate — permette di mostrare eventi che un solo protagonista non potrebbe mai vedere: la stessa scena letta dall'altro lato, un antagonista che agisce quando il protagonista non è presente, due trame parallele che si avvicinano.

Il costo è l'intimità: ogni volta che il lettore lascia un personaggio per un altro, deve ricostruire l'affezione da capo, ed è per questo che i romanzi corali funzionano meglio con pochi punti di vista scelti con cura piuttosto che con molti usati poco. La regola pratica è che ogni punto di vista deve guadagnarsi il suo spazio: se un personaggio ha una sola scena dal suo punto di vista in tutto il libro, quasi sempre quella scena avrebbe funzionato raccontata da qualcun altro, e il cambio di punto di vista è costato più di quanto ha dato.

Domande frequenti

Posso cambiare punto di vista a metà romanzo se non funziona?

Sì, ma prima capisci perché non funziona: quasi sempre il problema non è la persona (prima o terza) ma cosa quel punto di vista ti permette o ti impedisce di rivelare. Se una scena "non gira", spesso è perché il punto di vista scelto per quella scena non ha accesso all'informazione che la scena ha bisogno di comunicare — e cambiarlo di persona non risolve, mentre cambiare personaggio sì.

La seconda persona ("tu apri la porta") ha senso in un romanzo?

Ha senso quando l'effetto di straniamento che produce è parte di quello che il libro vuole fare — per esempio in una storia che vuole mettere il lettore in un ruolo di complicità o disagio diretto — ma è la scelta più difficile da sostenere per un romanzo intero, perché l'effetto che colpisce per una pagina rischia di stancare per trecento. Va usata quando serve al contenuto, non per originalità.

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