Ripetizioni: quando evitarle e quando usarle

· Roberto Sirolo · 3 min di lettura

A scuola ci hanno insegnato che le ripetizioni sono un errore: la stessa parola due volte in una frase va sostituita con un sinonimo. È un buon consiglio per un tema, meno per un romanzo. In narrativa alcune ripetizioni sono davvero difetti, altre sono tra gli strumenti più efficaci per dare ritmo e forza a una pagina. Il lavoro è saperle distinguere.

La ripetizione involontaria

È quella che nasce dalla distrazione: la stessa parola torna a poche righe di distanza senza una ragione.

Aprì la porta e guardò fuori. Fuori c'era un silenzio strano. Guardò verso la strada.

Il lettore non la registra come un effetto, la percepisce come una trascuratezza. Anche quando non se ne accorge consapevolmente, sente una prosa meno fluida.

Le più frequenti riguardano verbi generici (fare, andare, guardare, sembrare), avverbi di tempo (poi, allora, improvvisamente) e parole tic, quelle che ogni autore tende a usare senza accorgersene.

La ripetizione voluta

È quella che il lettore percepisce come intenzionale, e che crea un effetto:

Aspettò un'ora. Aspettò due ore. Aspettò finché la luce non cambiò colore.

Qui la ripetizione fa sentire il tempo che passa meglio di qualsiasi descrizione. Altri usi:

  • enfasi: ripetere una parola chiave per imprimerla;
  • ritmo: costruire una cadenza, quasi musicale;
  • eco: richiamare a distanza di capitoli una frase o un'immagine, per legare due momenti;
  • voce: un personaggio che ripete sempre le stesse espressioni si caratterizza.

Il criterio: effetto o svista

La domanda da farsi è semplice: il lettore la nota come un effetto o come una distrazione? Una ripetizione voluta è di solito vistosa, costruita, collocata in un punto preciso. Quella involontaria è casuale, dispersa, e non aggiunge nulla.

La trappola dei sinonimi

Il rimedio scolastico, sostituire con un sinonimo, crea spesso un problema peggiore. Se un personaggio è "Marco", poi "il ragazzo", poi "il giovane", poi "il biondo", il lettore si chiede se si tratti di persone diverse. I verbi del dialogo sono l'esempio più noto: disse, replicò, ribatté, sentenziò, proferì si notano molto più di un disse ripetuto.

Alcune parole sono quasi invisibili e si possono ripetere liberamente: i nomi dei personaggi, disse, articoli e preposizioni. Il lettore non le percepisce come ripetizioni.

Come intervenire

Invece di cercare un sinonimo, prova prima a:

  • riformulare la frase, così che la parola non serva più;
  • togliere: spesso la seconda occorrenza era superflua;
  • usare un pronome, se non crea ambiguità;
  • cambiare costruzione, unendo due frasi in una.

Solo se nessuna di queste funziona, cerca un sinonimo, purché sia esatto e naturale.

Come trovarle

Le ripetizioni involontarie sfuggono in stesura, perché chi scrive segue il senso e non le parole. Si notano meglio leggendo ad alta voce, o rileggendo in un formato diverso. Un correttore che segnala le parole ripetute a breve distanza aiuta a scovarle, ma la decisione se tenerle o no resta tua.

Domande frequenti

A che distanza una ripetizione diventa un problema?

Non c'è una misura fissa. Dipende dalla parola: un termine raro o molto caratterizzato si nota anche a una pagina di distanza, una parola comune solo se è nella stessa frase o in quella successiva.

Le ripetizioni nei dialoghi vanno corrette?

Meno che nella narrazione. Le persone reali si ripetono quando parlano, e un dialogo troppo levigato suona finto. Conta che la ripetizione sia coerente con il personaggio e con il momento.

Posso ripetere intere frasi a distanza?

Sì, ed è una tecnica efficace: una frase che torna in un momento chiave richiama il lettore all'inizio e crea un senso di chiusura. Funziona se è usata una volta o due, non come abitudine.

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